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giovedì 25 giugno 2009

La consapevolezza dell'eroe


Eccoci qui belli e splendenti come non mai la mattina dopo l'impresa. Un vero e proprio dramma.
Dead men walking.
Dopo un paio di giorni di camminate difficili con risate neanche tanto soffocate al lavoro e a casa, la deambulazione è andata via via migliorando e la nostra testa (il fisico no di sicuro) era già volta verso nuove e mirabolanti avventure.
A metà della settimana successiva al ritorno c'è stata l'incisione della medaglia, momento solenne, una specie di incoronazione. Siamo andati al medaglificio, abbiamo consegnato il nostro prestigioso pezzo di metallo e abbiamo fatto incidere, nome e tempo.
Sostanzialmente ci siamo consegnati alla storia.
Usciti abbiamo bevuto un bel paio di bicchieri di bianco a testa, era ora dell'aperitivo.
Dopo un po' di giorni di totale empasse, un brusio cominciava a girare nell'aria, anzi, per essere precisi, nei cellulari: serviva una nuova impresa, lo status di eroe va coltivato giorno dopo giorno, spero l'abbiate capito.
Vi devo confessare la verità: la prima cosa che ho detto, tornato da Parigi, è stata: "non farò mai più una maratona in vita mia", e ne ero davvero convinto; ma gli altri non erano del mio stesso avviso, anzi e allora, un po' per orgoglio, un po' per orgoglio, ho contribuito a mantenere il gruppo compatto.
Formazione a testuggine e via, i Galli ci avrebbero temuto.
Senza se e senza ma il metronomo, affettuoso nome con cui chiamiamo clodrunner, si iscriveva (trascinando con sè anche la madrina) alla maratona di Amsterdam e così la storia si ripeteva, alla spicciolata ci iscrivevamo tutti.
Nei giorni seguenti la maratona, e non solo, eravamo chiaramente e giustamente monotematici, parlavamo solo di correre, correre e ancora correre; tutto questo nostro bombardamento psicologico ha però portato i suoi frutti: ad oggi siamo un gruppo misto di più di 10 persone, pronte e cariche per andare ad Amsterdam, chi a fare la maratona intera, chi a fare la mezza. Questo poco conta.
Personalmente sono molto contento di ciò e devo dire che un pochino invidio coloro che vengono con noi e sono alla prima esperienza maratoneggiante per il semplice motivo che, amio modesto parere, la prima maratona è un po' come il primo amore: ti fa soffrire un casino, ma non te lo scordi mai.
Non è finita qui però.
La maratona già non ci basta, vogliamo traguardi più duri, più leggendari ed ecco che è nata l'idea, sempre più concreta ogni giorno che passa, di compiere due imprese che forse sarebbe meglio chiamare follie. Imprese che metteranno a dura prova il nostro fisico, ma che noi consideriamo il punto di partenza verso una nuova era, sicuramente non un punto d'arrivo, perchè l'eroe sa che non deve mai sentirsi arrivato.
C'è sempre qualcosa da dimostrare e il Sahara ci darà una mano a dimostrarlo.

lunedì 15 giugno 2009

The day after tomorrow


Intervallare il racconto delle nostre imprese è giusto per non appesantire troppo la lettura, ma non dimentichiamo mai l'elemento cardine del blog: gli eroi, le imprese, la gloria eterna.
La maratona è compiuta, dopo aver tagliato il traguardo siamo, ovviamente, rimasti d'accordo che ci si sarebbe trovati diretti in stanza, e se qualcuno non fosse riuscito a "passare sotto l'arrivo", causa decesso prematuro, le esequie sarebbero state adeguate all'impresa, quindi funerale di Stato con tutti annessi e connessi in sequenza: morte, rimpatrio su un concorde, mamma che piange, amici che si tatuano il nome in lettere gotiche sull'avambraccio, Presidente della Repubblica che rende onore, Ratzinger che celebra la messa ed infine sbronza clamorosa modello "The Snatch" per gli amici.
Non è andata così però. Siamo sopravvissuti. Storpi ma siamo sopravvissuti.
Subito dopo l'arrivo, ritiro la medaglia, recupero in qualche modo dei liquidi da bere ed arraffo una baguette intera regalatami da una signora, genitilissima, anche queste piccole cose rendono magica l'atomosfera della maratona. Fatto ciò mi siedo sul bordo del marciapiede per rifocillarmi. Di fianco a me si accomodano, anche se sarebbe meglio dire accasciano, due ragazzi; sorrisi di convenienza, pacche sulle spalle reciproche e, dopo poco, uno di loro fa per alzarsi: tentativo uno fallito, le gambe non funzionano più. Ci riprova: tentativo due fallito anch'esso. Ci alziamo io e il suo amico (rigorosamente ridendo come dei matti) e lo issiamo a forza. Braccio intorno al collo del suo compare e si sono persi nella folla. Drammi su drammi.
Io vado in cerca della fermata della metro e dal nulla con un'espressione di dolore-stanchezza-gioia vedo due del "gruppo eroi", li raggiungo, ci abbracciamo, spezzo il pane e dividiamo l'acqua e ogni quant'altro siamo riusci ad arraffare. Non riusciamo più a camminare e la fermata della metro è lontana anni luce, per non parlare dell'hotel: bello, carino, prezzo modico, ma era lontanissimo, non arrivava più, mi sembrava di essere un lebbroso durante il suo lento e composto pellegrinaggio verso Lourdes.
Arriviamo in albergo e la fasi sono queste:
1. foto di rito (stando in piedi a fatica);
2. sms "ciao mamma sono vivo, ci vediamo domani sera, prepara la pasta che ho già fame";
3. nudità;
4. tentativo di pipì 1: fallito. Niente più liquidi in corpo;
5. doccia;
6. tentativo di pipì 2: fallito. Ci siamo ufficialmete essiccati;
7. mutande + letto;
8. arnica (pomata MIRACOLOSA) per alleviare i dolori. Ne avrò usato un tubetto intero;
9. dove cazzo sono gli altri due? Bisogna chiamare il concorde e prenotare la chiesa per il funerale;
10. no sono vivi, arrivano in hotel; si scopre che uno di loro si era infilato in una tenda del soccorso medico fingendosi gravemente infortunato al fine di scroccare un massaggio;
11. il riposo dell'eroe.
Svegliati dopo un paio di ore la fame era a livelli di guardia, se non mangiavamo entro breve stramazzavamo al suolo. Dopo mesi di dura, durissima (non è vero) dieta ci meritavamo di mangiare schifezze allo stato puro. E kebab enorme sia. Abbiamo mangiato come il bue, l'asinello e tutti i partecipanti del presepe tradizionale messi assieme ed abbiamo più fame di prima.
Cosa c'è di meglio ora da fare che bere birra ad oltranza? Nulla. E così sia. Ne beviamo 3/4 a testa e siamo sbronzi, fantastico.
Ci nutriamo ancora e poi dritti come dei missili in branda senza sapere cosa ci aspettava il giorno dopo. Il compito dell'eroe non è ancora concluso.
Ci svegliamo l'indomani il più tardi possibile, l'aereo è nel tardo pomeriggio, un bel giro turistico è quello che ci vuole. Quando mai.
La difficoltà nel fare le scale della metro e nel camminare è a dir poco evidente, zoppichiamo e ci trasciniamo, le risate si sprecano, sembriamo degli idioti. La cosa più bella succede aggirandoci proprio per le suggestive vie parigine: spesso troviamo persone zoppicanti come noi se non peggio e che fanno stretching ad ogni angolo. Ora le risate sono incontrollabili. Davvero lacrime agli occhi.
Uno di noi si ferma al bar, non ce la fa proprio più, ma noi non ci guardiamo indietro, chi si ferma è perduto. Ultimi giri nell'opulenza di Place Vendome, guardiamo vetrine stracolme di oggetti che non potremmo mai permetterci e, nel frattempo, giunge l'ora della partenza.
Si va a casa, torniamo con un'esperienza fantastica, andata oltre ogni più rosea aspettativa. Nulla d'ora in poi potrà fermare gli eroi, il mondo delle imprese si apre davanti a noi, il prossimo obiettivo potrebbe essere, senza difficoltà, la conquista di Cartagine, Annibale tremerebbe solo a sentire pronuciare il nostro nome.
Piedi gonfi dal dolore, cuore gonfio dall'ogoglio.
E' quasi l'una, siamo in Italia, tra 7 ore si va a lavorare.
Bentornati alla vita reale.

mercoledì 10 giugno 2009

Parigi val bene una Maratona


Eccoci qui, svegli da poco e tutti intenti nel nutrirci delle nostre prelibate fette biscottate con marmellata, ma in realtà non abbiamo molta fame: la tensione è decisamente maggiore del previsto.
Sbrigate le operazioni nutrizionali nel minor tempo possibile ci raduniamo nuovamente, dopo il rigoroso tentativo di liberazione intestinale, per un'impresa che forse in difficoltà supera la maratona stessa: il fissaggio del pettorale.
Aperta parentesi
Quando il giorno precedente ci eravamo recati con molta solerzia a ritirare tutto il kit del maratoneta, eravamo fermamente convinti che il pettorale fosse una specie di adesivo gigante da appiccicare, senza troppi problemi, sulle nostre prestigiose magliette tecniche. Ma così non era. Abbiamo ben presto scoperto, infatti, che il pettorale risultava invece essere costitutito da normalissima carta priva di una qualsiasi parvenza di adesivo e/o colla, ma con 4 buchi 4 ai 4 angoli tramite i quali far passare delle spille da balia, in modo tale da fissare il nostro numero (e nome!) alla t-shirt.
Tali, fondamentali, spille da balia, che se usate di mattina presto risultano essere taglienti come le katane dei samurai, venivano gentilmente donate agli eroi dagli addetti alla vestizione posizionati subito dopo i controllatori di certificati medici, in pratica a sinistra prima dei distributori di gadget inutili per capirsi; fin qui sembra tutto facile, ma invece no: l'imprevisto è sempre dietro l'angolo, specilmente se la testa te la dimentichi in metropolitana.
Per farla breve non avevamo visto la fantomatica zona in cui venivano distribuite queste maledette spille da balia e, quando ci siamo resi conto che fare 42km e 195m con un foglio di carta in mano sarebbe stato alquanto scomodo, siamo andati a caccia di spille per mezza Parigi, con la stessa foga con cui un'adoloscente cerca di infilare una banconota sempre troppo stropicciata nel distributore automatico di preservativi. Trovate in un supermercato, mi son fumato una bella sigaretta per stemperare la tensione, l'operazione era compiuta, James Bond sarebbe stato fiero di noi.
Chiusa parentesi
Risolto il problema pettorale, chi decentemente chi alquanto goffamente, i nomi non si fanno mai, usciamo in direzione fermata della metro per incontrarci con il quinto eroe, colui che avrebbe sfondato il muro delle 4 ore. Lungo la strada, e soprattutto in metro, ci viene da sorridere più e più volte: in giro ci sono solo maratoneti, assonnati ma pur sempre maratoneti. Usciti dalla fermata della metro una scena stupenda davanti a noi: un fiume umano di persone sugli Champs-Élysées sovrastato dall'imponente Arco di Trionfo, ci mancava solo il buon vecchio Napoleone ed eravamo pronti per la campagna di Russia (possibilmente non con lo stesso risultato però). Ci posizioniamo in fondo in fondo proprio, visto che ci eravamo iscritti con il target time più alto possibile, in quanto 6 mesi prima non sapevamo neanche correre in pratica. Nell'attesa beviamo acqua anche se non abbiamo sete, facciamo tanta din din anche se non ci scappa, chiacchieriamo tra di noi anche se non abbiamo molta voglia di parlare: la sensazione predominante è l'aggrovigliarsi delle budella, dicesi anche "ansia da prestazione".
Al colpo di pistola tanto attesso non succede nulla, passa qualche minuto e siamo ancora fermi, carichi come delle molle, ma ancora fermi: il fiume umano si muove lento, quasi timoroso, e noi lì che ci guardiamo attorno ansiosi di iniziare a correre e nel frattempo attenti a non cadere (per terra alla partenza viene abbandonato di tutto!). Dopo 13 interminabili minuti dall'effettiva perenza dei primi passiamo finalmente sotto lo Start e iniziamo a correre, la nostra Maratona è cominciata.
Purtroppo fin da subito perdiamo uno di noi che, infortunato già da un paio settimane, decide di andare piano per cercare di arrivare il più lontano possibile (alla fine ce la farà a passare sotto il traguardo con le lacrime agli occhi dalla felicità: una settimana prima zoppicava anche a camminare.. e poi mi chiedono perchè siamo degli eroi..). Io e gli altri tre proseguiamo compatti, incontriamo addirittura, quasi subito, il Mentore, ma lo perdiamo nel giro di pochi metri, forse era una visione o una specie di spirito guida.
Cercando di non cadere nell'errore di correre troppo veloci nei primi km ed esaurire le energie troppo presto, ascoltiamo i tempi sul km che ci da il metronomo del gruppo (registrato agli annali anche come moroso della madrina) e chiacchieriamo del più e del meno. Al rifornimento dell'ottavo km perdiamo per strada un altro eroe a causa della troppa ressa, ci dobbiamo addirittura fermare ed aspettare che la gente defluisca; quando il Generale, l'eroe che abbiamo perso al rifornimento, compare incredibilmente in lontananza dinnanzi a noi con il suo sgargiante spolverino giallo canarino, lo raggiungiamo e, galvanizzati, proseguiamo insieme. Ma non per molto. La nostra punta di diamante, saltellante come una gazzella nella savana, continua ad aumentare il ritmo e il Generale decide di lasciarci andare e di proseguire del suo passo. Scelta saggia, ricordatelo.
Siamo al dodicesimo km e abbiamo già perso due elementi, c'è tensione, ma anche una buona dose di ottimismo: tra integratori e adrenalina siamo su di giri!
Nutrendoci di tutto quello che troviamo ai punti di ristoro (poco, ma con regolarità) proseguiamo la nostra gara abbastanza agili, ma sempre più silenziosi.. A strapparci più di un sorriso e qualche saluto sono le ali di spettatori che incitano, ad uno ad uno, tutti i trentamila eroi, leggendo il nome sul pettorale ben fissato dalla 4 katane di cui sopra. Davvero pelle d'oca.
Ogni tanto un papà si ferma, al km concordato, a salutare i figli che sono lì a vederlo, oppure un fidanzatino ruba un bacio alla sua bella che lo guarda dal lato della strada sperando che il suo principe non crepi correndo come un idiota. Si alternano scene ridicole, come quel francese travestito in modo tale da sembrare Chabal, giocatore di rugby soprannominato l'orco, e scene davvero commoventi, come quei quattro amici che spingono e tirano una carrozzina fatta apposta per l'occasione per portare un ragazzo disabile fin sotto il traguardo.

Emozioni di ogni tipo, sensazioni strane si susseguono e la fatica comincia a farsi sentire. Al trentesimo km anche noi tre che correvamo insieme ci separiamo, ognuno del suo ritmo, aumentare o diminuire può significare la fine. Iniziano così 10-12 km in solitaria di, almeno per me, completa alienazione mentale (non oso neanche immaginare gli altri due rimasti indietro che se la son fatta quasi tutta da soli), prima lungo la Senna e poi all'interno di un parco orribile di cui non ricordo neanche il nome; il male alle gambe comincia a farsi sentire sempre più forte, varie visioni si susseguono davanti ai nostri occhi, ma anche, questo per tutti noi, sale la consapevolezza, una volta passato il trentacinquesimo km, che il traguardo l'avremmo tagliato di sicuro, a costo di arrivare il giorno dopo strisciando.
In questa fase si vede proprio la gente che non ce la fa più, molti camminano, certi svengono (una signora davanti a me, mentre correva, si è letteralmente accasciata addosso a suo marito), altri rischiano di morire, come il defibrillato di cui ai post precedenti.
La crisi del trentacinquesimo km è scongiurata, qualcuno di noi fatica un po' di più negli ultimissimi km, totalmente privo di forze, ma ormai è fatta, curva finale, piccolo rettilineo e striscione dell'arrivo.
La medaglia è nostra, l'impresa è compiuta, non andiamo a far compagnia a Filippide.
Only the brave, è proprio il caso di dirlo.

giovedì 4 giugno 2009

I preparativi per la conquista di Parigi

L'ora è matura per narrarvi le vicende che ci hanno condotto fino alla linea di partenza, vicende che, sicuramente, non dimenticheremo mai in quanto, repetita iuvant, ci hanno permesso di divenire ufficialmente, con tanto di medaglia, degli eroi. Con un background di tabelle, diete e informazioni varie, tanto utili e precise quanto aleatorie per la nostra giovane e sbruffona mente da ventiseienni allo sbaraglio, ci siamo diretti ad acquistare i mezzi (si, per noi son come delle Ferrari Testarossa) che avrebbero protetto i nostri deboli piedi dalle avversità dell'asfalto. Neanche di scarpe ovviamente sapevamo nulla, a parte il fatto che hanno delle specie di piccole corde funzionali a tenerle chiuse e comunemente chiamate lacci; ma anche se eravamo totalmente ignoranti in materia non avevamo nessuna intenzione di fare come il famoso Abebe Bikila, il quale ai Giochi Olimpici di Roma del 1960 corse e, soprattutto, vinse la Maratona senza scarpe, a piedi completamente nudi!

Le scarpe da running, senza tediarvi troppo, si dividono sostanzialmente in categorie determinate dal peso, dalla forma del plantare e dalla capacità di ammortizzare che hanno:
- A1 sono le più leggere, piatte, ma con potere ammortizzante molto limitato;
- A2 sono intermedie, semicurve e con buona capacità di ammortizzare;
- A3 sono un po' più pesanti delle altre, ma con un'ottima capacità ammortizzante e molto flessibili;
- A4, infine, sono una categoria a parte in quanto servono a sopperire ai problemi di appoggio del piede e di postura causati dal cosiddetto "piede piatto".
Noi, per non sapere nè leggere nè scrivere abbiamo entrambi acquistato un bel paio di Asics Cumulus A3, rigorosamente dello stesso colore come due adolescenti, che si sono rivelate davvero ottime sia per l'allenamento che per la maratona.
Risolto questo problema ci siamo dati alla fondamentale stesura della tabella di allenamento; dopo aver cercato in ogni modo di trovare una tabella già fatta, con la stessa solerzia e lo stesso impegno con cui il giovane liceale cerca di copiare la versione di latino, ci siamo trovati al bar davanti a un bel paio di birre (birre intere, non mezze birre) e dati alla mano abbiamo creato dal nulla il nostro bel foglietto excel di cui andiamo tanto fieri. Sostanzialmente abbiamo suddiviso il nostro allenamento in 3 fasi: una prima fase in cui l'obiettivo era allenarsi per i 10.000 mt, una seconda in cui puntavamo a fare in maniera dignitosa i 21 km e una terza che ci avrebbe portato diretti alla maratona. Gli allenamenti, come già spiegato nei post precedenti, erano 3 a settimana: 2 durante i giorni lavorativi che oscillavano tra i 10 e 15 km e il cosiddetto lungo/lunghissimo del fine settimana che poteva arrivare fino a 33-35 km che, come tutti consigliano, vanno diminuiti gradualmente con l'avvicinarsi del D-Day.
Lo step successivo era capire come alimentarsi prima e durante l'impresa: il Mentore ci aveva messo in guardia più e più volte specialmente sulla crisi del trentacinquesimo km, il muro da superare coi denti e con le unghie! Dopo qualche studio un po' più approfondito ci siamo organizzati nel seguente modo:
1. durante le settimane subito antecedenti alla maratona abbiamo controllato il nostro nutrimento quotidiano anche grazie ai consigli del nostro medico di fiducia che è un maratoneta/eroe come noi (in teoria anche autore del blog, ma ad oggi latitanete per impegni lavorativi): circa dieci giorni prima della maratona proteine-proteine-proteine condite da sali minerali e i 2-3 giorni prima del giorno X carboidrati-carboidrati-carboidrati.
2. la mattina stessa dell'impresa ci siamo svegliati prestino per mangiare in camera (la zona colazione dell'hotel ancora non era accessibile data l'ora) le nostre belle fette biscottate spalmate abbondantemente di marmellata acquistate al supermercato il giorno prima e custodite gelosamente dal sottoscritto ai piedi del letto; la scena mi fa tutt'ora sorridere non poco: quattro cretini, che fanno un pigiama party alle 6 di mattina, ci mancava la battaglia coi cuscini ed eravamo a posto.
3. per quanto riguarda la gara, ci siamo presi prima di partire i nostri integratori al fine di scalare, agevolmente (ahahahahahah), il muro succitato, integratori ai quali abbiamo comunque aggiunto fette d'arancia, banane, frutta secca, zollette di zucchero e ogni ben di Dio che ci veniva offerto dagli Angeli Custodi posizionati presso i punti di ristoro.
Bene, fatto tutto ciò, belli e pronti come il primo giorno di prima elementare uno di noi si è fatto male, un'altro fuori dall'Italia per lavoro si allenava così-così e gli altri 3 a causa di troppo poche mezze birre e molte birre intere accompagnate da una spruzzatina di pigrizia se la son presa con troppa calma ("ma si mancano 6 mesi non c'è fretta", "ma si mancano 5 mesi, stasera aperitivi", "ma si mancano 4 mesi e poi ho un po' male al ginocchio", "ma si mancano 3 mesi e comunque sono in forma", "porca miseria porca è il mese prossimo, sono un coglione"). Ma del senno di poi ne son piene le fosse.
A Parigi siamo arrivati di Venerdì alla buon'ora (talmente buona che mi sa che eravamo ancora sporchi di dentifricio ai lati della bocca) e dopo aver depositato i nostri fardelli in hotel siamo andati diretti a respirare il clima della maratona all'Expo per consegna del certificato medico, ritiro del pettorale e di gadget vari e, ovviamente, acquisto di maglietta commemorativa: ci sentivamo dei veri atleti, la tensione saliva di ora in ora! Sempre preoccupati di camminare troppo, e di conseguenza stancarci, Venerdì e Sabato abbiamo ovviamente camminato un sacco, finchè, quando l'ansia da prestazione saliva in maniera esponenziale, la luce è comparsa nella nostra giornata, vigilia dell'impresa, il telefono ha vibrato: era il Mentore che ci comunicava il suo arrivo in terra francese e la sua volontà di darci la benedizione prima che entrassimo definitivamente a far parte della storia. Suggestivo appuntamento davanti a Notre Dame e il gioco era fatto: effettivamente quale luogo poteva essere più adatto per benedirci? Per stemperare la tensione dell'attesa dell'incontro col Latin Mentore siamo entrati nella suddetta Cattedrale e abbiamo acceso una candela (una in quattro, se permettete cosatavano ben 2 euro l'una) affichè gli Dei dell'Olimpo guidassero le nostre membra fin dopo il traguardo permettandoci, se possibile, di sopravvivere.
Incontrato il Mentore e fatte le foto di rito ci siamo dedicati ad un intero pomeriggio di relax ai Giardini del Lussemburgo, seguito da circa 3 etti di pasta serali cadauno, letto presto e, almeno per me, dormita insoddisfacente a causa della simil-agitazione da esame di maturità.

mercoledì 20 maggio 2009

Gli albori parigini



"Se vuoi vincere qualcosa corri i 100 metri, se vuoi vivere un'esperienza corri una maratona".
Niente di più vero, provare per credere.

Questo blog vuole essere una sorta di diario di un percorso iniziato ad ottobre del 2008, in cui quattro ragazzi, in preda ad una prematura crisi di mezza età, decidono di iscriversi alla Maratona di Parigi, tenutasi il 5 aprile 2009, per provare la sensazione di trovarsi da soli, con le proprie forze (?!) a percorre 42 km e 195 metri, ascoltando le (drammatiche) sensazioni del proprio corpo e con l'unico obiettivo di tagliare il traguardo posto in prossimità dei maestosi e a dir poco suggestivi Champs-Élysées.
Quella che doveva essere una mattinata di sofferenza, si è trasformata in un tourbillon di sensazioni ed emozioni completamente inaspettato: migliaia di persone di decine di nazionalità diverse stavano affrontando al nostro fianco quello che per noi sembrava essere, anche a causa dell'allenamento pigro e dei continui infortuni, impossibile: correre per 42 km e 195 fuckin' metri.
Migliaia di persone ai lati della strada che incitavano tutti i partecipanti, svenimenti a causa della troppa fatica, sgomitate per una bottiglietta d'acqua e una fetta d'arancia ai punti di ristoro, momenti di sconforto in cui l'arrivo è lontano anni luce e poi finalmente il traguardo e una sensazione incredibile di aver compiuto, nel nostro piccolo, un'impresa.
Poi il dolore, l'impossibilità nel camminare, la sofferenza nel fare le scale della metropolitana, ma questo è il prezzo che abbiamo pagato volentieri (?!).

Quello che cercheremo di fare con questo diario è non solo raccontare avventure e disavventure cui andremo incontro durante le corse che ci siamo ripromessi di fare, ma anche trasmettere delle sensazioni che neanche noi pensavamo di provare, sensazioni che, vi assicuro, valgono ogni metro percorso.



Il nostro "viaggio" all'interno del mondo della corsa è iniziato così, per gioco, ed ora quello che vogliamo fare, dopo aver affinato la nostra misera tecnica e rinforzato il nostro flaccido fisico con altre corse e maratone, è correre nel deserto del Sahara per 240 km con uno zaino in spalle e due palle roventi nei pantaloni.